La rinuncia al mandato nel processo penale non è un giudizio di colpevolezza: è un diritto dell'avvocato e una garanzia dello Stato di diritto
- Studio Legale Missimi
- 10 lug
- Tempo di lettura: 4 min
Ogni volta che un avvocato rinuncia al mandato in un procedimento penale assisto, ormai puntualmente, allo stesso fenomeno. C'è chi interpreta quella scelta come una sorta di presa di distanza dall'indagato o dall'imputato, quasi fosse una dichiarazione implicita di colpevolezza o una punizione perché Questi non merita di essere difeso.
Non è così.
Ed è importante dirlo con chiarezza, soprattutto in un momento storico nel quale il processo mediatico sembra spesso sostituire quello celebrato nelle aule di giustizia.

La rinuncia al mandato riguarda il rapporto professionale, non il processo
L'avvocato ha pieno diritto di rinunciare al mandato difensivo.
Può farlo per ragioni personali, professionali, organizzative, per il venir meno del rapporto fiduciario o per altre valutazioni che riguardano esclusivamente il rapporto con il cliente.
Quella rinuncia non è un'opinione sull'innocenza o sulla colpevolezza della persona assistita.
Non è un giudizio sul processo.
Non è una presa di posizione sui fatti contestati.
È semplicemente l'esercizio di un diritto riconosciuto dall'ordinamento.
Attribuire alla rinuncia un significato diverso significa fraintendere completamente il ruolo dell'avvocato e il funzionamento della giustizia.
Il diritto di difesa non appartiene all'avvocato: appartiene al cittadino
L'aspetto ancora più importante è un altro.
Quando un difensore rinuncia al mandato, l'indagato o l'imputato non resta senza difesa.
Il diritto di difesa è garantito dall'articolo 24 della Costituzione ed è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
L'ordinamento assicura sempre che la persona sia assistita da un difensore, di fiducia o, nei casi previsti dalla legge, da un difensore nominato d'ufficio.
Questo significa che il diritto alla difesa non dipende dalla permanenza di uno specifico avvocato.
È una garanzia dello Stato.
Ed è una garanzia di tutti.
So che questo principio può essere impopolare
Desidero fare una riflessione molto personale.
Sono perfettamente consapevole che ciò che sto scrivendo possa risultare impopolare.
Comprendo che molte persone oneste, magari profondamente colpite da determinati reati, possano istintivamente non condividere il principio secondo cui anche chi è accusato dei fatti più gravi abbia diritto ad una difesa piena ed effettiva.
Comprendo questa reazione.
Ma proprio nei momenti in cui prevale l'emotività occorre ricordare che il diritto non può essere governato dall'emozione e soprattutto il diritto non è un punto di vista. La Costituzione e le leggi della Repubblica riconoscono il diritto di difesa a chiunque.
Non ai simpatici, non agli innocenti, non a chi gode del consenso dell'opinione pubblica, ma a tutti.
Ed è proprio questo "tutti" che distingue uno Stato di diritto da uno Stato che decide chi merita le garanzie e chi no.
Il mio giuramento da avvocato
Quando ho prestato giuramento come avvocato, non ho giurato di difendere soltanto le persone che incontrano il favore dell'opinione pubblica. Ho giurato di esercitare la professione con lealtà, onore e diligenza, nel rispetto della Costituzione, della legge e dei doveri della difesa. Questo significa affermare, ogni giorno, che ogni persona ha diritto ad essere difesa.
Anche quando questa affermazione può risultare scomoda.
Anche quando può attirare critiche.
Perché io non sono avvocato soltanto nell'interesse del mio assistito.
Sono avvocato nell'interesse della giustizia e, quindi, nell'interesse dell'intera collettività.
Una società civile si misura da come tratta gli ultimi
C'è un principio che continuo a ripetere e che considero uno dei cardini della civiltà giuridica.
Una società civile non misura il proprio grado di sviluppo dal modo in cui tratta le persone migliori o gli innocenti.
Quello è facile.
La vera prova si misura da come quella società tratta gli ultimi, gli emarginati, gli imputati e perfino coloro che saranno riconosciuti colpevoli.
Perché garantire i diritti a chi gode già della simpatia collettiva non richiede alcun coraggio ne meriti civici.
Garantirli a chi è accusato dei reati più gravi significa invece avere fiducia nello Stato di diritto.
Una giustizia che seleziona chi merita di essere difeso non è più giustizia.
È arbitrio.
Un chiarimento tecnico
Esiste un ultimo aspetto che merita di essere ricordato.
L'avvocato non soltanto ha il diritto di rinunciare al mandato quando ricorrono le condizioni previste dall'ordinamento, ma, finché assume la difesa di una persona, ha il dovere di tutelarne le ragioni con lealtà e nel pieno rispetto dei propri obblighi professionali.
Il nostro ordinamento considera particolarmente grave il comportamento del difensore che tradisca consapevolmente gli interessi del proprio assistito. Non a caso il codice penale prevede il reato di infedele patrocinio (art. 380 c.p.), a conferma del fatto che il difensore non può trasformarsi nell'accusatore del proprio cliente.
È, dunque, esattamente il contrario di ciò che qualcuno immagina.
La rinuncia al mandato è un diritto che vale quanto il doveredi difendere con piena serietà anche i peggiori.
Per questo continuerò a sostenere, anche se qualcuno potrà ritenerlo impopolare, che il diritto di difesa non è il privilegio di pochi, ma il patrimonio di tutti.
Difendere questo principio significa difendere la libertà di ogni cittadino.
Perché il giorno in cui si accetterà che qualcuno non meriti una difesa, si sarà iniziato a mettere in discussione la libertà e la dignità di tutti.




Commenti