Esame di Stato forense: il vero problema non è il numero delle prove, ma cosa si vuole accertare

Le perplessità espresse dall'Associazione Nazionale Forense sulla prospettata riforma dell'esame di abilitazione alla professione forense meritano attenzione. In particolare, condivido il dubbio sulla scelta di introdurre due prove scritte, anziché mantenere l'attuale modello.
Tuttavia, il problema di fondo è ancora più profondo: occorre chiedersi quale sia la finalità dell'esame di Stato e quali competenze debba realmente accertare.
Da anni il sistema sembra muoversi su un equivoco. Si continua a pretendere che il candidato dimostri una conoscenza teorica estesa a diversi settori del diritto, quasi come se l'esame di avvocato fosse una seconda laurea. Ma la conoscenza delle materie giuridiche dovrebbe essere già stata verificata dall'università. È il percorso universitario, culminato nel conseguimento della laurea in giurisprudenza, che certifica il possesso delle conoscenze teoriche fondamentali del diritto civile, penale, amministrativo e delle altre discipline.
Se così è, quale dovrebbe essere allora la funzione dell'esame di abilitazione?
La risposta appare semplice: verificare l'idoneità professionale del praticante e la sua capacità di svolgere concretamente l'attività forense.
L'attuale impostazione continua invece a privilegiare un modello fortemente scolastico. Si pretende che il candidato sviluppi elaborati su materie che spesso non hanno alcun rapporto con il percorso professionale effettivamente svolto durante il tirocinio.
Un praticante che abbia trascorso diciotto mesi all'interno di uno studio specializzato esclusivamente in diritto civile, partecipando a udienze, redigendo atti, seguendo clienti e imparando il lavoro quotidiano dell'avvocato, può trovarsi a essere valutato su questioni che esulano completamente dalla sua esperienza concreta. Lo stesso vale per chi abbia svolto una pratica esclusivamente penalistica o amministrativistica.
Ciò pone una domanda fondamentale: ha senso pretendere che tutti i futuri avvocati siano ugualmente preparati in ogni settore della professione?
La realtà professionale dimostra il contrario. Oggi esistono studi altamente specializzati e professionisti che per tutta la carriera si occupano quasi esclusivamente di una determinata materia. Nessuno si aspetta che un penalista eserciti con la stessa competenza di un amministrativista, così come nessuno pretende che un civilista esperto in responsabilità medica possieda la stessa esperienza pratica di un tributarista.
Se si ritiene indispensabile che il futuro avvocato abbia esperienza in tutti i principali rami del diritto, allora la conseguenza logica sarebbe una pratica obbligatoria articolata in diversi percorsi formativi, con rotazioni tra civile, penale e amministrativo. Ma una simile soluzione sarebbe difficilmente realizzabile e rischierebbe di trasformare il tirocinio in un percorso artificiale e burocratico.
L'alternativa più coerente consiste nel riconoscere il valore del tirocinio realmente svolto.
Durante la pratica forense vengono depositati verbali, attestazioni, relazioni e documentazione che consentono di verificare con precisione il percorso formativo del praticante. Si conoscono le udienze alle quali ha partecipato, gli atti che ha contribuito a redigere e le attività professionali svolte.
L'esame dovrebbe quindi concentrarsi prevalentemente su quel percorso, verificando la capacità del candidato di affrontare problemi concreti nelle materie nelle quali si è formato.
Qualcuno potrebbe obiettare che in questo modo si rischierebbe di abilitare professionisti privi di conoscenze approfondite in alcuni settori del diritto.
A questa osservazione occorre rispondere con chiarezza: quelle conoscenze sono già state certificate dall'università. L'esame di Stato non dovrebbe ripetere una verifica già effettuata, ma accertare che il laureato abbia acquisito le competenze pratiche necessarie per esercitare la professione.
Il rischio attuale è invece quello opposto.
Molti praticanti svolgono una pratica intensa, partecipano quotidianamente alle attività dello studio, seguono udienze e imparano concretamente il mestiere dell'avvocato. Eppure possono essere bocciati perché non riescono a superare prove che assomigliano più a esercitazioni accademiche che a verifiche professionali.
Al contrario, vi sono candidati che mantengono un approccio prevalentemente teorico, continuano a studiare come studenti universitari e riescono a superare l'esame grazie alle loro capacità mnemoniche e di elaborazione dottrinale, pur avendo maturato un'esperienza pratica limitata.
Il risultato è un sistema che rischia di selezionare ottimi studenti anziché buoni avvocati.
La vera riforma dell'accesso alla professione dovrebbe partire da qui: valorizzare il tirocinio, premiare l'esperienza sul campo e verificare la capacità di affrontare casi reali, anziché moltiplicare prove scritte che rischiano soltanto di aumentare la distanza tra la formazione pratica e la valutazione finale.
La professione forense ha bisogno di professionisti preparati a esercitare concretamente il diritto, non di candidati costretti a dimostrare per l'ennesima volta conoscenze teoriche che l'università ha già il compito di certificare.
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